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Rendicontazione ESG: meno imprese obbligate, ma la sostenibilità resta un tema strategico

Sep 18, 2026

La semplificazione europea introdotta con il pacchetto Omnibus I riduce significativamente il numero di imprese soggette agli obblighi di rendicontazione di sostenibilità previsti dalla CSRD. Tuttavia, l'uscita dal perimetro normativo non comporta la scomparsa dei rischi e delle richieste ESG provenienti da banche, investitori, clienti e autorità di controllo.

La Direttiva UE 2026/470 ha profondamente modificato il perimetro della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), restringendo gli obblighi di rendicontazione alle imprese e ai gruppi di dimensioni particolarmente rilevanti. Per gli esercizi che inizieranno dal 1° gennaio 2027, saranno infatti soggette all'obbligo di rendicontazione le imprese che superano congiuntamente 450 milioni di euro di ricavi netti e una media di oltre 1.000 dipendenti, nonché le capogruppo che superano le medesime soglie su base consolidata.

La riforma segna un cambio di approccio rispetto alla disciplina originaria, che collegava l'obbligo alla qualifica di "grande impresa" e coinvolgeva progressivamente un numero molto più ampio di soggetti. Vengono inoltre escluse dal perimetro obbligatorio le PMI quotate, mentre acquista maggiore importanza il ricorso a standard volontari di rendicontazione per le imprese non obbligate.

Occorre tuttavia prestare attenzione a un aspetto spesso trascurato: la riduzione degli obblighi di reporting non equivale a una riduzione dei rischi ESG. Parallelamente alla semplificazione della CSRD e della direttiva sulla due diligence di sostenibilità (CSDDD), il legislatore europeo e nazionale ha rafforzato la disciplina ambientale, le misure contro il greenwashing e i controlli sulle filiere produttive. Le imprese devono quindi essere in grado di dimostrare la correttezza delle proprie dichiarazioni ambientali e sociali, la tracciabilità dei dati comunicati e l'effettività dei controlli interni sui processi aziendali.

In tale contesto, anche le imprese escluse dalla CSRD continueranno a ricevere richieste di informazioni ESG da parte di istituti finanziari, clienti strategici, investitori e grandi imprese capofila. Emissioni, consumi energetici, politiche per il personale, sicurezza sul lavoro e gestione della catena di fornitura restano infatti informazioni determinanti per l'accesso al credito, la partecipazione alle filiere produttive e la qualificazione commerciale.

Per questo motivo la sostenibilità non può più essere considerata esclusivamente come un adempimento normativo. L'attenzione si sposta dalla mera pubblicazione del report alla capacità di raccogliere, verificare e documentare dati affidabili. In quest'ottica, il Modello 231 e i sistemi di controllo interno possono diventare strumenti particolarmente efficaci per integrare la gestione dei rischi ESG nei processi aziendali, garantendo adeguati presidi organizzativi, procedure di verifica e flussi informativi coerenti.

 

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